Approvata la Direttiva sul copyright nel mercato unico digitale

Ieri a Strasburgo si è chiuso un capitolo (manca un passaggio puramente formale presso il Consiglio europeo).

La direttiva approvata, fin dalla sua prima formulazione, è rimasta indigesta ai Big Five (Google, Facebook, Youtube, Apple e Microsoft) che si sono apertamente schierati contro di esse e alla cui protesta si sono unite inaspettatamente piattaforme e movimenti orizzontali e indipendenti formati da attivisti anarchici (free software e simili) e Wikipedia che in Italia per protesta ha nuovamente oscurato le sue pagine invitando gli utenti a rivolgersi al proprio eurodeputato di riferimento.

Come abbiamo già ricordato in precedenti post (quiqui) su questo sito, due sono le disposizioni nel mirino:

L’articolo 15 (ex articolo 11) secondo il quale gli Stati membri debbano intervenire affinché «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione». Tale disposizione, in sostanza, vuole garantire agli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) di essere remunerati dai propri editori che, a loro volta, si faranno pagare una licenza dagli aggregatori digitali.

L’articolo 17 (ex articolo 13) dispone che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online deve ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti». In altri termini, un ISP dovrebbe sempre preventivamente munirsi di licenza per i contenuti protetti pubblicati attraverso la propria piattaforma (sono salve alcune eccezioni connesse al ragionevole sforzo e alla buona fede oggettiva per contenere gli illeciti). La norma peraltro non si applica a soggetti con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

Dall’attenta lettura delle disposizioni in parola, è chiaro che l’obiettivo della direttiva è quello di tutelare le parti deboli del mercato culturale rispetto ai monopoli di fatto dei grandi aggregatori. Ed è altrettanto chiaro (o almeno dovrebbe esserlo) che nulla c’entra la libertà del web, né sono sotto attacco il libero pensiero e la libertà di stampa.

Ciò detto, il dibattito non finisce qui, e non va taciuto che autorevoli commentatori (Lessing in primis) esprimono grandi riserve sull’impianto legislativo europeo, forse più per via di una visione evolutiva del diritto d’autore che per eminenti ragioni tecniche e giuridiche.

 

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